VENEZIA 61 - Lettera aperta al cinema italiano
VENEZIA 61 - Lettera aperta al cinema italiano

Le chiavi(che) di casa
Caro cinema italiano,
dopo la conclusione della kermesse veneziana è ora di tirare di somme. Mamma Rai ti aveva tirato a lucido per l’occasione, presentando un invitante trittico e (sper)giurando sulla qualità di quest’ultimo: pensavamo che il Placido di Ovunque sei toccasse le corde del cuore, Lavorare con lentezza ricordasse maestosamente i tempi andati, Le chiavi di casa fosse in grado di emozionare e commuovere. E già fiutavamo il ruggito del Leone, dopo la cocente delusione dello scorso anno quando al solido Bellocchio di Buongiorno, notte fu preferito un bluff chiamato Il ritorno del russo metafisico Andrej Zvjagintsev. E l’anno prima Magdalene di Peter Mullan, un irlandese. E quello ancora prima Moonson Weeding di Mira Nair, con la parola “India” impressa sulla carta d’identità.
Egregio cinema, quest’anno ti aspettavamo. Eravamo fiduciosi ma invece...
Partiamo dalla fine. Ovunque sei è un film che non ti rende onore, perché tutto sommato tu sei brutto ma ancora non così brutto: è un patetico tentativo di settimo senso, risaputo già in partenza ed affondato da una sceneggiatura disastrosa. Prima scena: la cinepresa passa in rassegna San Pietro, via del Corso, il Colosseo. Una maniera davvero originale di indicare allo spettatore, con docile sottigliezza, che la storia si svolge nella città di Roma. Rimanendo al concorso veneziano, il sublime The World di Jia Zhangke (Cina) suggerisce la situazione dell’odierna Pechino inquadrando una colonna crepata di un cantiere in costruzione. Allora, caro cinema, hai capito dov’è la differenza? Ma d’altronde Ovunque sei non va da nessuna parte, Accorsi abbaia identificandosi con il cane del film, Violante Placido è mandata a pascolare nel “film di papà”, la bellezza accecante di Barbora Boubulova non si abbina all’arte della recitazione. Ma è inutile continuare a parlare di questo tuo figlio cattivo, cui simbolo lampante è una frase di Placido in conferenza stampa: “Non volevo portare il film a Venezia, questo lavoro è pensato soltanto per quelli che hanno amato Un viaggio chiamato amore”. Ecco dunque la sua verità, il vero nocciolo della que$tione.
Eravamo sicuri che Guido Chiesa, uno dei tuoi ultimi folletti malefici, ti portasse in trionfo lavorando con lentezza: al contrario il film scorre senza emozione alcuna, come ho già scritto altrove ci lascia amorfi, né soddisfatti né insoddisfatti. Quindi, tutto sommato insoddisfatti. Si entra in sala per provare qualche emozione, non una sorta di ipnotico rilassamento (per quello basta guardare il muro): la televisione trasmette prodotti trasparenti 24h al giorno, perché spendere 7 euro (sette) per assorbirne altri? Quando lo zapping diventa provvidenziale.
E poi c’è lui: il tuo figlio prediletto, signor cinema, quello su cui tutta la famiglia aveva riposto le più accese speranze. Un maestro come Gianni Amelio, chiamato a confrontarsi con un tema delicato come la diversità, l’handicap, il rapporto padre-figlio: ce n’era abbastanza per incravattarsi e presentarsi alla Fenice avvolti nel vestito buono. Ancora una volta, però, siamo costretti a scomodare la proposizione avversativa: ma...
Ma Le chiavi di casa non è senz’altro un brutto film tout court, fosse soltanto per una regia di estrema eleganza e rigore formale: regala allo spettatore momenti di cinema che si accomodano sul divano della memoria. In ordine sparso: la camera fissa che sfida lo sguardo dolente di Charlotte Rampling (ad oggi nell’olimpo del cinema francese), il campo lungo che accompagna una sequenza finale intelligente e spiazzante. Ma... la trama è un evidente, fastidioso, superfluo pretesto per esporre la propria teoria; in oltre un’ora e mezzo di pellicola in realtà non succede (quasi) nulla di realmente coinvolgente, vengono rispettate appena diligentemente tutte le tappe di un film dall’intento/svolgimento/risultato ampiamente prevedibile. Il ragazzo tetraplegico Andrea Rossi, che si muove adeguatamente sullo schermo, commuoverà ampie schiere di spettatori; sono sicuro che il film di Amelio piacerà (ed è forse giusto che piaccia) non per una dimensione di “grande cinema” ma per il suo ruolo “necessario”, “sociale” e addirittura “toccante” (questi termini si sprecheranno). Si può essere d’accordo sull’assunto di fondo –rispettare e coltivare il rapporto con la diversità: ma chi oserà negarlo? Quale serial killer nazistoide riuscirà ad affermare il contrario?- ma nonostante tutto si finirà per ritrovarsi davanti ad un esercizio di cinema modesto, una recita a soggetto come tante che non deve trarre in inganno per l’ovvia simpatia del protagonista. Poi in un film del genere sbagliare il cast è peccato mortale: e la presenza di Kim Rossi Stuart, letteralmente catatonico (possiede un’unica espressione triste/perplessa, che ha sfinito il sottoscritto dopo i primi 5 minuti) può essere considerato soltanto uno sgraziato
Così come la tua presenza in Concorso alla mostra d’arte cinematografica di Venezia: ma adesso, cinema italiano, ti prego non te la prendere. Smettila di pensarci che c’è tanto da lavorare, anzi molto di più. Ti aspettiamo presto, come sempre, ormai da troppo tempo.
Per sempre tuo,
Emanuele