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Non c'è pace per Zahara

Non c'è pace per Zahara

di DANIELA CANNISTRACI (26 07 2004)

Continua l'attesa per la sentenza del processo per l'omicidio di Zahara Kazemi, giornalista torturata ed uccisa in Iran nel 2003

IL CASO di Zahara Kazemi continua a destare scalpore e sembra ancora lontana la conclusione desiderata dalla famiglia della fotoreporter iraniana.
Il processo per la morte di Zahara è stato infatti chiuso dopo soli due giorni di dibattimento, nonostante l’incompletezza delle indagini e l’assenza ingiustificata di testimoni. L’unico imputato, accusato di “omicidio quasi intenzionale”, è Reza Ahmadi, funzionario del ministero dell’Intelligence iraniana, ma, più che un imputato, Ahmadi sembra un capro espiatorio voluto dal governo iraniano per porre fine ad una situazione molto scomoda che si è presentata nel paese.

 Il caso della giornalista di origine iraniana si mostrava infatti come il classico caso di repressione della libertà di stampa che quotidianamente avviene in Iran(paese definito da Reporters Sans Frontières come “la più grande prigione per giornalisti del Medioriente”, e che vede all’attivo la chiusura di 120 quotidiani e 11 giornalisti attualmente in carcere): arrestata nel Giugno del 2003 davanti al carcere di Evin, al nord di Teheran, mentre era intenta a fotografare le famiglie dei detenuti in rivolta, Zahara Kazemi venne accusata di spionaggio e rinchiusa in carcere. Durante la sua detenzione fu sottoposta ad ogni genere di percosse e proprio in seguito a queste, ed in particolare ad un trauma cranico, morì nel Luglio del 2003 in un ospedale di Teheran, ospedale in cui arrivò già in coma.
 Contrariamente agli altri casi però, quello di Zahara non è passato inosservato perché possibile fonte di un incidente diplomatico tra Iran e Canada, ed è proprio per evitare di rovinare i rapporti con il Canada che la Repubblica Islamica non ha potuto fare a meno di occuparsi della fotoreporter.
Iraniana di nascita ma era emigrata  prima in Francia e successivamente in Canada, la Kazemi aveva richiesto ed ottenuto la cittadinanza canadese: il doppio passaporto ha permesso che la storia di Zahara non finisse con il suo decesso ed ora la giornalista sta divenendo il simbolo di un possibile cambiamento.
Nonostante il regime iraniano abbia comunque tentato di insabbiare il caso (costringendo la madre di Zahara a chiedere l’immediata tumulazione e non tenendo conto delle continue richieste di rimpatrio del corpo da parte del figlio della Kazemi per poter effettuare un’autopsia), per la prima volta nella sua storia, l’Iran ha ammesso la responsabilità della morte di un giornalista per mano delle forze armate(anche se dichiarandola ovviamente non voluta dal governo) e ha permesso l’inizio del processo.
L’imparzialità e la professionalità nella conduzione dell’inchiesta e nello svolgimento del processo sono venute meno in ogni caso.
L’inchiesta sulla morte di Zahara, voluta dal presidente Kathami, si è svolta infatti in una sola settimana e dal dossier che ne risulta le autorità iraniane ammettono che la giornalista venne picchiata e sottoposta ad alcuni interrogatori condotti da diversi organismi del regime: dalla polizia, dagli agenti del Procuratore generale di Teheran ed infine dai servizi segreti. Il dossier su questo punto è poco chiaro: si nota infatti come la responsabilità venga scaricata a turno su tutti questi soggetti, fino ad arrivare, senza una reale spiegazione, all’unico imputato Reza Ahmadi.
 Per quanto riguarda il processo invece, la decisione del giudice di chiudere il dibattimento non ha colto di sorpresa gli avvocati della famiglia Kazemi, che sin dall’inizio si erano lamentati della mancanza di alcuni testimoni molto importanti tra cui alcuni ministri, e che sapevano perfettamente che la loro non sarebbe stata un’impresa facile. Nonostante tutto non hanno nessuna voglia di arrendersi.
Il più agguerrito degli avvocati della famiglia Kazemi è infatti il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi che ha annunciato l’intenzione di portare il caso di Zahara davanti ai tribunali internazionali se dal tribunale iraniano non si otterrà giustizia.
Intanto le notizie riguardanti la libertà di stampa nella Repubblica Islamica non sono confortanti. Nell’ultima settimana sono stati chiusi altri due quotidiani ed un settimanale e Reporters Sans Frontières ci ricorda il numero dei giornalisti alle prese con i tribunali e le prigioni iraniane: 11 in carcere, 507 in attesa di giudizio, 74 processati, 8 aggrediti e costretti alle cure mediche.

Riferimenti

www.peacereporter.net

www.reporterassociati.org