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Ma cos'è questa crisi

Giornalismo in rosso

Ma cos'è questa crisi

di STEFANIA DE SIO (07 05 2009)
http://www.flickr.com/photos/cedrouille/

Anni neri per l'editoria giornalistica. La crisi economica ha colpito anche il giornalismo, e pare debba aggravarsi nei prossimi due anni. Ma la crisi dell'economia ha solo aggravato la situazione già difficile del settore. Un assetto distributivo problematico, l'inefficienza di servizi pubblici quali poste e trasporti, e ancora i costi elevati di punti commerciali alternativi e gli squilibri esistenti sul mercato pubblicitario. Tutte cause che rendono il biennio 2009-2010 nero per il settore dell'editoria giornalistica. Settore che dovrà fare i conti anche con la riduzione degli investimenti pubblicitari che interessa tutti i mezzi, ma soprattutto quello della carta stampata, e la contrazione delle copie vendute, che causa una difficile gestione dei costi, frenando così iniziative produttive e commerciali fondamentali per stimolare la domanda. Impresa ardua dunque in un paese come l'Italia dove la comunicazione, come ci suggerisce Mario Morcellini, ha una netta prevalenza sull'informazione, e ce lo dimostra la televisione, ormai portatrice assoluta di istruzione e di informazione. Avere un solo attore comunicazionale con un forte potere è da sempre l'anomalia che caratterizza il nostro paese dove, a differenza di altri paesi industrializzati nei quali sono ancora i mezzi stampati a rappresentare il principale veicolo di pubblicità, la televisione è arrivata ad accaparrarsi quasi tutta la torta degli introiti pubblicitari.

Il peso dei numeri


Nel 2008 le aziende editoriali in perdita sono aumentate piegandosi sotto il peso di 103,4 milioni di rosso. Il doppio rispetto al 2007. Le aziende italiane in utile, invece, strappano un attivo di appena 198,9 milioni. In calo del 30%. Numeri presentati dal presidente della Fieg, la federazione italiana degli editori, Carlo Malinconico, nella sua relazione all'assemblea annuale. I conti economici segnalano un netto peggioramento: in media il fatturato editoriale del 2008 ha fatto registrare un calo del 3,3% rispetto al 2007. Nei primi mesi del 2009, poi, è la pubblicità a diminuire il suo contributo (vedi dati Osservatorio Stampa FCP). A gennaio 2009 i quotidiani perdono il 24,7% delle inserzioni rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, con punte anche del 60% in alcuni giornali locali. Situazione nera anche per i  periodici con una diminuzione del 27,3%. Persino la tv perde colpi: arretra del 15,9%.
I dati diffusi dalla Fieg (vedi approfondimento) mostrano che le vendite di quotidiani continuano a calare in Italia. Italia che resta così indietro rispetto ai principali paesi del mondo per quanto riguarda le vendite di quotidiani: nel 2007 ne sono stati venduti mediamente al giorno 5,4 milioni (con un trend in calo sia nei confronti del 2006 che del 2005 e la tendenza è proseguita nel 2008), pari a 91 copie ogni 1.000 abitanti, di cui 109 al Nord, 105 al Centro e solo 58 al Sud. Si contano tanti lettori e poche, pochissime copie. Diminuiscono infatti le vendite dei quotidiani, ma aumenta il numero di quelli che li leggono. Il rapporto, nel nostro Paese, migliora se si considera la free press, innalzando le copie diffuse a 193,4. Con la diffusione dei gratuiti, la lettura dei quotidiani è progressivamente cresciuta dal 2001 arrivando nel 2008 ad oltre 23,2 milioni di lettori per una percentuale del 45,3%. In calo, invece, i lettori di settimanali (23,6 mln lo scorso anno) e di mensili (21,5 mln). Se è vero che la matematica non è un'opinione, la crisi è evidente.
 
Se la stampa cade nella Rete
I numeri dicono crisi. E parte la caccia alle streghe per scovare le cause. «Negli ultimi mesi, sulla stampa fa notizia proprio la crisi della stampa». Lo ha affermato il professor Diego Contreras, decano della Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce di Roma, in un suo intervento durante un congresso sulle nuove tecnologie presso la Pontificia Università Lateranense a Roma, svoltosi il 23 aprile. E, a detta di Contreras, il mondo della Rete è un forte indiziato da sospettare. L'analogico, la carta stampata, il servizio a pagamento da un lato, e il digitale, l'online, il gratuito, dall'altro. Contreras ritiene che Internet ha portato nel giornalismo una crisi economica, a causa dell'assenza degli annunci pubblicitari sulla stampa. «Negli ultimi decenni, non si è cercato un modello imprenditoriale specifico, ma si è trattata l'informazione come qualsiasi prodotto di consumo. Inoltre, molte imprese giornalistiche sono quotate in borsa e pretendono la massimizzazione del profitto; si cerca a ogni costo la redditività a breve termine». Ma, secondo Contreras, Internet ha aggravato la crisi dell'editoria anche influenzando e modificando l'informazione giornalistica stessa e, in generale, tutti i contenuti mediali. Il professore sottolinea come i nuovi media abbiano cambiato le abitudini di consumo di informazione da parte delle nuove generazioni: «Il pubblico tra i 18 e i 34 anni si informa attraverso canali alternativi alla stampa tradizionale, come le reti sociali, i blog, i siti e i portali di informazione». Il giornalismo di oggi che si confronta con quello di ieri. Un'informazione scarsa, costosa, a volte istituzionale, orientata al consumo, con una distribuzione unidirezionale e con una scarsa partecipazione del pubblico, contro un'informazione abbondante, gratuita, a buon mercato, disegnata su ognuno di noi, con una distribuzione che va da molti a molti e con un pubblico attivo. La stampa reagisce alla sfida lanciata dal web creando edizioni digitali, ma il loro finanziamento resta ancora un problema da risolvere.
 
Se la stampa si aggrappa alla Rete
Eppure non tutti sono d'accordo sulla crisi del giornalismo. C'è chi dice che i giornalisti non hanno mai avuto tanti lettori come oggi. E c'è chi, a differenza di Contreras, attribuisce proprio i meriti a Internet. Sarebbe infatti grazie alla Rete che i loro articoli arrivano a un numero elevato di persone, soprattutto giovani. «Nessun mezzo di comunicazione - ha detto il presidente della Fieg - è stato finora spazzato via dalle nuove tecnologie, né probabilmente lo sarà. A una condizione: che ognuno conservi la propria specificità». Secondo Malinconico, «Internet è una grande opportunità anche per l'editoria» ma occorre valutare «il suo dato di diffusione per quello che è in ambito territoriale e sociale». Dunque, nessuna avversione del mondo dell'editoria verso Internet che, semmai ci fosse, è per «l'assoluta carenza di regole e responsabilità». Ma la stampa, ha sostenuto Malinconico, «ha e avrà ancora una capillarità di diffusione estesissima e resisterà all'avvento di Internet». I giornali sono in crisi, ce lo dicono i numeri, ma nessuno può dirlo dell’informazione. Oggi si leggono e si scrivono più notizie di quanto sia mai accaduto prima. Cercare, raccogliere e distribuire notizie non è mai stato più facile ed economico di così. Bisognerà trovare un nuovo sistema di informazione, ma ripartire dal bisogno di informazione agevolerà il compito.
 
Dello stesso avviso Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza di Roma. Nel testo “Multigiornalismi” (2003), a cura dello stesso e di Geraldina Roberti, Morcellini ha affronta proprio i cambiamenti epocali che stanno attraversando il mondo dell'informazione, cercando di far luce sul futuro riservato al giornalismo. Giornalismo tradizionale alle prese con la concorrenza dei nuovi media. Si legge nel volume che, con troppa fretta, è stato etichettato come la cronaca di una morte annunciata il rapporto tra giornalismo e nuove tecnologie. In realtà, i media tradizionali, che secondo alcuni dovrebbero già essere estinti, sono ancora vivi. Scrive uno degli autori di Multigiornalismi, Alberto Marinelli: «Internet è sempre una "brutta bestia", ma giornalisti ed editori stanno imparando ad addomesticarla e a renderla funzionale, soprattutto dopo la scoperta che l'editoria può diventare elettronica senza snaturarsi affatto». Ci sono allora buone ragioni per essere ottimisti: la trasformazione in corso, suggerisce Morcellini, viene spesso identificata come crisi, ma è necessario «viverla come una chance, un momento di autoriflessione e di messa alla prova delle capacità di ripensamento dell'intero comparto dell'informazione». Un'occasione straordinaria per far nascere dalla crisi del giornalismo tradizionale una nuova era fatta di prodotti "moderni e plurali", dei multigiornalismi.
 
Crisi della stampa sì, funerale no
Carlo Malinconico afferma comunque che non è ancora arrivata l'ora del funerale della carta stampata che è ancora viva. Malinconico rivela infatti che, secondo i dati resi noti dal Censis, il 51,1% degli italiani ha letto quotidiani a pagamento (nel 2007) mentre solo il 38,3 ha scelto il web. A dimostrazione che la carta stampata resta ancora centrale nel mondo dell'informazione. E anche in termini di utenza complessiva (riferita a coloro che hanno una frequenza tra 1 e 2 volte con i mezzi di informazione nell'arco della settimana) i quotidiani sconfiggono internet per il 67% al 45,3%. Inoltre la versione tradizionale dei quotidiani continua a produrre un utile dieci volte superiore a quello della versione digitale. 
 
Una ricetta per uscire dalla crisi
-     Seguire la strada francese. Questo è l'appello degli editori che invitano il governo a percorrere la strada intrapresa dai cugini d'oltralpe. Chiedono gli "Stati generali dell'editoria", ovvero un super convegno che definisca i punti deboli e le soluzioni necessarie. Ilpresidente Sarkozy per la Francia ha deciso già un pacchetto di aiuti, non solo economici. Gli editori chiedono, tra tante altre cose: sconti fiscali per l' acquisto della carta; aiuti alle aziende che impiegano centinaia di persone; un utile per le rassegne stampa; un sistema di responsabilità e sanzioni per assicurare il rispetto delle disposizioni in materia di pubblicità istituzionale sulla carta stampata; forme di sostegno alla modernizzazione della rete delle edicole; un finanziamento di una campagna nazionale per la promozione della lettura. Malinconico ha lanciato l'appello al Parlamento e al Governoaffinché in questa difficile stagione si adottino misure che sostengano le imprese editoriali e consentano loro di programmare il futuro. La risposta è venuta immediata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria, Paolo Bonaiuti: «Il Governo - ha detto - si è già mosso istituendo un fondo di 20 milioni di euro per la crisi dei quotidiani e per la prima volta dei periodici». Intanto il 5 maggio è stata ratificata l'ipotesi di accordo di rinnovo del contratto collettivo di lavoro giornalistico, tra la Federazione Italiana degli Editori di Giornali e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana già siglata il 26 marzo scorso.

-     Uno sbocco economico sostenibile per le imprese che fanno giornalismo. E anche le redazioni dovranno subire una ristrutturazione profonda. Le imprese editoriali devono trovare nuovi modi di sostenersi e di adattarsi alle nuove sfide ma, osserva Contreras, «la società non ha bisogno di un determinato tipo di giornali, bensì di un'informazione professionale e affidabile sugli eventi che meritano di essere conosciuti in quanto aiutano a vivere e a migliorare la società in cui viviamo». Insomma, cambiano modi, supporti e linguaggi, ma la raison d'étre del giornalismo deve restare sempre la stessa. L'importante è non perdere di vista l'identità della professione giornalistica che, spesso, ha sostituito la verità con gli incassi. La rivoluzione digitale, spiega Contreras, unisce a questa crisi un nuovo dato: «I comuni cittadini oggi hanno più potere che mai per produrre e distribuire informazioni». Sembra che la gente «non abbia più bisogno della stampa come una volta, poiché sono disponibili molti altri canali d'informazione». Molti quotidiani hanno sviluppato canali di partecipazione al pubblico, nel nome del buon giornalismo civile. Ma, come osserva Contreras, «l'intento è frutto di buone intenzioni, ma a volte sembra solo un'operazione di marketing mirante a far aumentare il numero dei visitatori del sito web del giornale».
-    Il giornale in classe sembra essere l'ingrediente giusto per l' Osservatorio Permanente   Giovani Editori. L’iniziativa “Quotidiano in classe”, lanciata sei anni fa dall’Osservatorio, alla quale aderiscono molti gruppi editoriali, ha coinvolto un milione e 680 mila studenti delle superiori. Quest’anno, verrà lanciata l’iniziativa “Il quotidiano in ateneo” per coinvolgere anche le università. «Se è vero – spiega Andrea Ceccherini, presidente dell'Osservatorio - che un giovane che non legge è più povero di cultura, di idee e di opinioni è altrettanto vero che un editore che avrà a che fare con giovani che non leggono è destinato ad impoverirsi».