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La maledizione del terremoto

Sos speculazione

La maledizione del terremoto

di GIUSEPPE MANIGLIA (30 04 2009)


“La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.”

E’ ciò che scrive Roberto Saviano dopo essersi recato sui luoghi della tragedia. Lui che aquilano, lo è ad honorem. Perché raccontarla, la tragedia, non è solo la cronaca di vite spezzate, o di vite la cui quotidianità sembra essere sospesa tra il nulla di ciò che è stato e il “chissà”di ciò che sarà. Immobile. Qui la cronaca è anche altro. E’ narrare di quella gente uccisa non dalla terra che trema, ma dal cemento delle loro case. Il cemento che adesso è custodito dalle autorità giudiziarie ma solo per accertare una verità già sotto gli occhi di tutti: che cemento non era.

Custodito in posti segreti, per evitare, a detta del procuratore che si occupa delle indagini, qualche possibile e plausibile “bombetta”. Polvere che , adesso che è crollata, vale più di quanto non valesse prima e assume i tratti somatici del tritolo. Polvere pirica. Come se solo adesso fosse  armato sul serio.

La pioggia di miliardi di euro stanziati dal governo non lascia indifferente nessuno, nemmeno la Chiesa, che già alza la voce per restituire ai propri fedeli le sagrestie e consentire loro di pregare forse, che questo non succeda più. Il problema è che qui le preghiere non sono servite: sarebbero serviti controlli e collaudi seri, non la “fede”. Nemmeno quella buona.

Vigilare millimetro per millimetro ciò che è stato e ciò che sarà. Ecco l’unica cronaca che adesso sarebbe doveroso raccontare da Onna, L’Aquila, e da tutti i quarantanove comuni colpiti dal sisma; perché il riassunto della situazione è tutta in una frase, dagli accenti paradigmatici, di Antonello Caporale,: “Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni” - “Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappaltod'Abruzzo.”

Ecco perché si è mosso subito Piero Grasso, capo della Procura Nazionale Antimafia, creando un pool di magistrati che affiancherà i colleghi aquilani per analisi preventive, accertamenti e monitoraggi per individuare la presenza di elementi di organizzazioni criminali nella Regione: “Non c’è ancora un allarme ma una legittima attenzione – ha detto Grasso – perché vogliamo evitare che gli sciacalli delle case si trasformino in sciacalli delle casse dello Stato. Vogliamo che i soldi della ricostruzione vadano a chi ha diritto”.

E uno dei paradossi di questa vicenda è che proprio il carcere de L’Aquila, dove sono rinchiusi la maggior parte dei boss investitori nel cemento, attualmente circa 80 in regime di 416 bis, è risultata la struttura più antisismica della zona, riportando solo qualche “graffio”. Ecco ancora cosa scrive Saviano: “I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.

L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.”

Ma adesso che il governo ha reso noti i dati sulle sforzo economico necessario per ricostruire l’Abruzzo, c’è da scommetterci che già all’angolo della strada sono pronti gli avvoltoi, o sciacalli, pronti a sfregarsi le mani e a ricostruire tutto come prima, se non peggio di prima, a far lievitare gli appalti e le consulenze. E perché no, a far pressione sulla classe politica perché questa emani delle leggi più propense alla demolizioni degli edifici abitativi che alla loro, ove possibile, ristrutturazione secondo criteri antisismici.

Perché è soprattutto in questa direzione che bisogna pilotare la legalità: autorizzare quante più demolizioni possibili, incentivate dal contributo economico dello Stato.
E’ quanto si verifica  in alcune zone terremotate in attesa del completamento della ricostruzione, come il Belice e l’Irpinia, dove ancora oggi il governo è costretto a destinare una piccola parte della finanziaria ricavata dalle accise sul carburante. Ancora oggi nel Belice, a distanza di 41 anni, si demoliscono intere case che potrebbero essere messe a norma attraverso delle normali  ristrutturazioni perché è solo così che si riesce ad ottenere l’incentivo dello Stato. Ricostruendo tutto, e da capo. Anche e soprattutto, non a norma e non con i criteri antisismici. Perché è proprio in quell’angolo di Sicilia che si è avuto il maggior esempio e la dimostrazione più lapalissiana di quanto non si voglia accada in Abruzzo, da domani: una ricostruzione altra faccia della medaglia della speculazione. Ma a sentirli, gli aquilani, rispondono cosi ai giornalisti: “Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra..."