Il primo segno del terremoto lo incontriamo sull'autostrada: libera, liberissima, così tanto da sembrare quasi assurda, visto che a volte uscire da Roma è un esodo quasi impossibile. E invece, in questo Venerdì Santo, ci siamo noi, e pochi altri: mezzi della Protezione civile, qualche gazzella dei Carabinieri, qualche auto blu. E i carri funebri: vuoti, veloci, silenziosi. Tanti. Ne contiamo almeno una decina, dopo che entriamo in Abruzzo, mentre L'Aquila si fa sempre più vicina, e l'A14 sempre più deserta. Non sono ancora le nove del mattino.
Il passaggio dei mezzi militari si fa più intenso. Ci fermiamo a un autogrill, mancheranno sì e no dieci chilometri alla nostra uscita, all'unica possibile, in questi giorni di emergenza. Al bar, vigili stanchi, poliziotti di scorta, qualche faccia da deputato. Il vescovo segretario della Cei, scuro in volto e valigetta dei paramenti in mano. Ci rimettiamo in macchina, arriviamo al varco. Si passa, lentamente. La velocità, di colpo, è rallentata. Non solo delle auto. Anche di tutto quello che c'è intorno. Anche il nostro parlare si è fatto più mesto. C'è che quel casello – non ce lo siamo detti, ma lo abbiamo pensato tutti – era la porta di casa del morto. Ora siamo dentro, e ci si muove come si cammina dentro un lutto.
Ci guardiamo intorno con attenzione, scrutando le frazioni ai bordi della strada, i paeselli appollaiati in alto. Cerchiamo le macerie, quelle viste nel fiume delle edizioni straordinarie, nelle gallerie fotografiche infinite del web. Niente. Forse da questo lato i danni sono stati inferiori. Forse qui si è costruito meglio. Forse, con gli occhi pieni degli stand-up di via XX settembre, ci aspettavamo così tanto di incontrare subito l'apocalisse che non siamo stati in grado di vedere qualche crollo che, invece, sicuramente c'è. Ma non importa. Il terremoto si vede e si sente lo stesso, in quest'aria sospesa. È nella fila dei carri funebri, ancora vuoti, che continua a marciare con noi verso Coppito. Poi, a un certo punto, un cartello ci avvisa che sulla nostra sinistra c'è l'ospedale, il famigerato San Salvatore. Dalla strada sembra impeccabile, enorme, persino lindo. La parte che ha ceduto non si vede, da qui. Eppure sappiamo che c'è, che qualcuno c'è rimasto sotto, che la struttura in buona parte è da buttare. E a guardarlo si istilla quell'angoscia sottile di chi pensa che, se non erano al sicuro qui, non si può essere realmente sicuri in nessun posto.
Ci siamo. Ora i posti di controllo si incontrano più spesso. Siamo in mezzo a un corteo di auto blu. Passiamo così, incollati alla macchina davanti a noi. Appena dentro l'area della scuola della Guardia di finanza, scendiamo. Si continua a piedi. Ed è un fiume di gente: silenziosa, pensosa. Giovani, coppie di fidanzati, gruppetti di amici, ragazzini. Famiglie intere, mammapapàfiglienonni. Vecchi, tanti vecchi, tanti curvi, col passo faticoso, ancorati ai bastoni, inesorabili. Qualche testa fasciata. Chiedersi chi sono è inutile, lo sappiamo. Sono i “terremotati”, sono le “vittime”, gli “sfollati” della natura impazzita e dello scempio tutto umano delle case nuove che si sbriciolano. Quelle che a volte sembrano etichette da informazione H24 hanno un volto preciso. Sul quale non c'è rabbia, nemmeno rassegnazione. Oggi, solo dolore.
Entriamo nel portico della scuola, sotto le insegne della fiamma gialla. I volontari ci smistano: parenti, autorità, giornalisti. I parenti sono tutti al centro, sono una marea. Una marea composta, seduta in un quasi silenzio.
Ci infiliamo sulla sinistra, zona dei politici. File e file di fasce tricolori. Sono i sindaci dei comuni colpiti, di quelli vicini. Sul palco, a destra dell'altare, una selva di gonfaloni. Facce ignote, niente foto sui giornali in questi giorni. Ma sono quelli che continuano a mandare avanti la baracca, e non solo metaforicamente, perché buona parte dei municipi è baraccata per davvero. Con quelle fasce, tutti insieme, sembrano una bandiera. Li guardi e pensi: è lo Stato, è rimasto in piedi.
Più avanti, niente tricolore. Parterre nazionale: onorevoli, dichiaratori da telegiornale, macchine da lanci d'agenzia, ministri. Si salutano, ma soprattutto vengono salutati. Ai lati delle sedie, portaborse e segretari, giovanotti troppo inamidati anche per un funerale, occhiali scuri. L'indotto della politica, in un certo senso. Si distinguono a malapena dall'altra categoria di incravattati scuri: i ragazzi delle pompe funebri. Anche loro, vestiti tutti uguali in bianco e nero, sono ai lati. Aspettano.
Arriva Fini, poi Schifani, poi Alemanno, il sindaco della “più grande città dell'Abruzzo”, come recita una vecchia battuta sulla Roma di oggi radicata nell'emigrazione di queste parti di ieri. Arriva Napolitano, alto e secco, provato, emozionato. Si alzano le mani dalle file dei parenti, qualcuno chiama il presidente, qualcuno si alza, lo abbraccia. Poi, non si capisce da dove, sbuca Berlusconi, con Bertolaso. Anche lui saluta, abbraccia qualche ferito.
Siamo finiti davanti, a un passo dalle “più alte cariche dello Stato”, come scrivono i giornalisti forbiti. Ma lo sguardo si fissa su un'altra prima fila. Quella delle bare. Quattro lunghe distese di casse, qualche mazzo di fiori, poche corone, un foglio di carta incollato su, numero e nome, qualcuno ha la data di nascita. 1936, 1955, 1980, 1921. 1999, 2002, 2003. 2006, 2008. Le bare bianche. Qualcuna addormentata sul grembo di legno della propria mamma, o del proprio papà.
Comincia la messa. C'è il vescovo terremotato, Molinari, che quella notte era ancora in piedi e non già nel letto centrato dalla campana del Duomo. Ci sono tutti i preti della diocesi, con la barba lunga dei giorni in tendopoli. I vescovi dell'Abruzzo. Il segretario del papa, che tutti chiamano Georg e di cui nessuno ricorda il cognome (nemmeno Molinari quando lo saluta al microfono). Il cardinale Bertone, che presiede. È un rito anomalo, oggi i cristiani non dovrebbero celebrare, oggi è il giorno della croce e basta. C'è stato bisogno di un permesso speciale della Santa Sede. Eppure non sembra stonato: duecento bare di legno stanno sparse, regolari, davanti all'altare. Non è Gerusalemme, ma la differenza con il Golgota non si vede poi tanto.
No, non è un funerale come gli altri. C'è la torretta della Rai, sulla sinistra, con i telecronisti seduti in cima, con le cuffie e i microfoni. C'è il palchetto dei fotografi, migliaia di teleobiettivi puntati sui morti e sui vivi. Le telecamere. I taccuini, ovunque. Compreso il nostro. C'è Bruno Vespa, seduto davanti, lontano dai colleghi e vicino ai politici. Meno di un'ora qui e siamo già preda della sindrome da accerchiamento. Guardiamo, tutti, i “terremotati”. Che provano, strenuamente, a pensare solo ai loro cari da piangere. Ogni tanto, però, qualcuno alza lo sguardo, insofferente. Quando tocca a noi incrociarne uno, abbassiamo gli occhi. Ripensiamo ai pomeriggi con le vite in diretta, per ore e ore e giorni. Cinque interi, con oggi. Chissà dov'è il confine fra il diritto-dovere di cronaca e l'abuso da reality, l'isola degli sfortunati, dei poveretti. Forse è in quello sguardo esasperato.
Le bare sono sole. Nessuno a piangerci intorno, non sarebbe possibile, sono troppe, la gente nemmeno ci starebbe. Il cardinale scende a benedire le salme. Ci mette cinque minuti buoni, su e giù per le quattro file, col secchiello dell'acqua santa e l'aspersorio. Sembra una semina. Sperando che qualcosa possa ricrescere, su questa terra bruciata.
Fine. Le autorità vanno a salutate i vescovi. Ritorna anche il premier, che ha fatto avanti e indietro per tutto il funerale, senza riuscire mai a stare fermo sulla sua sedia. I parenti iniziano a sfollare, anche da qui. Tornano in tenda.
Siamo di nuovo in auto. Stavolta cambiamo direzione. Si va verso est, verso l'Adriatico. Appena fuori Coppito, ci dobbiamo fermare. Eccoli, di nuovo. La processione dei carri funebri. Stavolta carichi. Uno, due, tre, quattro, dieci, venti. Quarantotto. Ne contiamo quarantotto, uno dietro all'altro, senza sosta, senza interruzione, prima di riuscire a infilarci e a passare. Dietro, da qualche parte, gli altri centosessanta. Noi imbocchiamo la Statale 17. “Com'è lunga da far tutta”, cantava Guccini, anno 1967, “Folk Beat n. 1”, disco d'esordio. Davvero è lunga, a passo d'uomo, tra vigili e camionette. Eccole, le macerie. Attraversiamo la periferia della città. Onna, a destra, sventrata. Paganica. I nomi letti e sentiti centinaia di volte, che prima era come se non esistessero, che oggi sono celebri come quelli delle metropoli. Ancora una volta piano, in silenzio, provando a star zitti pure col motore, se possibile, fino all'autostrada, fino a quando usciamo dalla casa dei morti.
La sera, a scrivere, lontano, al sicuro. Ci chiamano, ci chiedono come è andata. Ci chiedono se, oltre al pezzo, c'è anche qualche foto. E ci accorgiamo che la digitale, nuova fiammante e con la batteria di ricambio, è rimasta in tasca, tutto il tempo. Niente foto, la risposta, la macchinetta era scarica, forse è andata, toccherà ricomprarla, e comunque ci sono le agenzie, dai, non c'è problema.
In mente, quello sguardo, e quella domanda. Oggi, il confine tra cronaca e spettacolo è passato per la nostra tasca, e c'è rimasto chiuso dentro.